Che tu sia un runner di lungo corso o un principiante che corre solo da qualche mese, potresti aver avuto a che fare con un fastidioso dolore al ginocchio durante l’allenamento. Probabilmente si trattava della sindrome della bandelletta ileo-tibiale, meglio nota come “ginocchio del corridore”, appunto.

Cos’è il ginocchio del corridore?

Si tratta di una sindrome infiammatoria che si manifesta con dolore in corrispondenza della parte laterale del ginocchio ed è una delle patologie muscolo-scheletriche che più frequentemente affligge chi pratica la corsa in maniera regolare. Inizialmente il dolore può risultare sopportabile anche se aumenta con il trascorrere del tempo. In genere tende a calmarsi appena ci si ferma per ricominciare non appena si riprende a correre.
L’infiammazione ed il conseguente dolore riguardano la parte terminale del muscolo laterale della coscia denominato tensore della fascia lata. La parte finale di questo muscolo presenta una struttura tendinea a forma di nastro o bandelletta che si infiamma a causa dell’eccessivo attrito con il sottostante osso condilo femorale laterale.

Da cosa è causato?

Generalmente si tratta di una classica patologia da sovraccarico che compare cioè quando si chiede troppo al proprio organismo: runner principianti che tendono a bruciare le tappe o podisti che decidono di aumentare le distanze di allenamento e di gara sono le vittime più frequenti di questo disturbo.
Comunque, anche se i podisti sono i più soggetti a questo tipo di infortunio, la sindrome della bandelletta può interessare anche i praticanti di altri sport quali ciclismo, basket e pallavolo.
Nel caso della corsa, anche altri fattori possono determinare il ginocchio del corridore:
  • tipo di tragitto percorso: i tragitti collinari con frequenti salite e discese sono rischiosi, soprattutto all’inizio dell’allenamento e per i principianti; le parti in discesa sono quelle che sollecitano di più l’articolazione del ginocchio
  • predisposizione fisica:
    • soggetti che presentano tibia vara e cioè le cosiddette “gambe a parentesi”
    • soggetti pronatori, cioè coloro che nella fase di appoggio sul terreno tendono a spingere il piede verso l’interno
    • soggetti sovrappeso

Cosa fare?

Come sempre quando c’è di mezzo un problema di salute, la diagnosi e la terapia vanno affidate a professionisti ed in questo caso un medico sportivo, un traumatologo, un ortopedico i quali, oltre alla diagnosi, provvederanno ad indicare anche la giusta terapia farmacologica e/o specifiche sedute di fisioterapia, ionoforesi, tecarterapia, etc.
Nell’immediato e in attesa di rivolgersi allo specialista:
  • stare a riposo: questo rimedio è sempre consigliabile in caso di problematiche muscolo-scheletriche di natura infiammatoria, in quanto stressare ulteriormente l’articolazione ha l’unico effetto di peggiorare l’infiammazione
  • usare una ginocchiera che supporti l’articolazione
  • crioterapia: la classica borsa del ghiaccio, applicata per circa 20 minuti 2-3 volte al giorno e subito dopo un allenamento o una gara [nel caso in cui – sbagliando! – non si sia sospesa l’attività]
  • terapia farmacologica con FANS (antinfiammatori non steroidei) sotto forma di pomate e/o preparati orali. Alcuni dosaggi e forme farmaceutiche sono acquistabili in farmacia ed in parafarmacia senza ricetta medica, ma comunque è sempre bene affidarsi anche in questo caso al consiglio professionale del farmacista
  • rivedere la tipologia di scarpe usate: questo punto, importantissimo, vale soprattutto per i principianti, che spesso sottovalutano la necessità di usare il tipo di scarpa più appropriata, la scelta della quale dipende:
    • dal tipo di terreno su cui si corre prevalentemente
    • dal tipo di appoggio del piede sul terreno, se prono o supino
    • dall’eventuale sovrappeso.
Anche nella scelta delle scarpe da running sarebbe bene farsi aiutare da esperti e, in particolare, eseguire un esame baropodometrico che ci consenta di stabilire, sia in fase di corsa che di camminata, la qualità dell’appoggio a terra del piede.

Quali sono le conseguenze?

Nei casi meno gravi 20-30 giorni di riposo e le giuste terapie consentono di riprendere l’attività senza conseguenze a lungo termine.
Nei casi più gravi o nei quali l’infiammazione sia stata sottovalutata o trascurata, è necessario prolungare lo stop così come le terapie farmacologiche e le sedute di fisioterapia sino ad arrivare, in casi estremi, all’intervento chirurgico.

Rosaria

[Fonti delle immagini: Immagine 1, Immagine 2, Immagine 3]

 

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